Come mettere in valigia i libri per le ferie: una formula matematica

Il problema più grande che gli appassionati di libri si trovano ad affrontare è la scoraggiante domanda: come si mettono in valigia i libri per un viaggio?
Ecco un suggerimento utile per preparare al meglio la valigia.

Questa è la parte più difficile del mettere in valigia i libri. Cosa volete leggere? Alcuni optano per letture leggere, le famose letture da spiaggia. Altri vogliono recuperare quei tomi pesanti che non hanno mai il tempo di leggere. Ma c’è anche un nutrito gruppo di persone che vuole libri pertinenti ai propri viaggi.

Una buona soluzione è mettere in valigia titoli diversi: uno o due romanzi gialli, un libro di poesie, una grande classico e anche qualcosa di più leggero: portate “Moby Dick“, ma non dimenticate anche “Il diavolo veste Prada“.

TROPPI LIBRI
Una volta scelti i libri, si pone un problema ancora più difficile da risolvere. Quanti libri dovresti portarti con te? Sfortunatamente, le valigie sono spazi limitati. Non aiuta il fatto che lo spazio di stiva sugli aerei diventa ogni anno sempre più piccolo, e le tariffe sono sempre più esose.

Quindi, dati i vincoli delle valigie e delle tariffe degli aerei, cosa si deve fare?

L’EQUAZIONE
D = numero di giorni del viaggio
G = diversi generi di libri
r = difficoltà relativa (da 0,1 a 1, da facile a impegnativo)
S = centimetri quadrati di valigie e borse
B = dimensione del libro in centimetri quadrati

Quindi, se stai via per 4 giorni, D=4
e hai tre generi di libri:

  • Agatha Christie = G1
  • Guerra e Pace = G2
  • Il diario di Bridget Jones = G3

Difficoltà relativa: G1=0,3  G2=0,8  G3=0,2

S = valigia capiente 303,5 centimetri quadrati

B = 54 centimetri quadrati

Voilà! Si ottengono 10,8 libri. Arrotondare sempre a 11!

P.s. Quando ottenete la cifra finale, non dimenticate di spostare di uno la virgola!

PREPARARE LA VALIGIA
Ora che hai deciso quali e quanti libri portare con te, la parte più difficile è capire come metterli in valigia. Non è il caso di metterli tutti in un’unica valigia, perché si rischiano guai. È importante distribuirli, nel caso in cui si verifichi qualcosa di spiacevole…non è il caso di mettere tutte le uova in un solo paniere!
Devi essere strategico e capire quali oggetti possono stare nel bagaglio a mano e quali in valigia. Quindi, per l’aereo o per il treno, devi avere un libro principale e poi un secondo per quando finisci il primo o (peggio ancora) se ti rendi conto che quello iniziato non ti piace. E naturalmente meglio avere anche un terzo a portata di mano.

La cinquina del premio Campiello 2022

Nella cinquina del premio Campiello 2022 Antonio Pascale, Fabio Bacà, Daniela Ranieri, Bernardo Zannoni ed Elena Stancanelli

Palazzo del Bo’ di Padova ha ospitato la cerimonia di selezione della 60esima edizione del Premio Campiello. La Giuria dei Letterati (con alcune novità), composta da personalità del mondo letterario, giornalistico ed accademico, presieduta quest’anno da Walter Veltroni, nel corso di un evento pubblico ha scelto così i cinque romanzi di narrativa italiana (tra quelli pubblicati nell’ultimo anno), a cui verrà assegnato il Premio Campiello – Selezione Giuria dei Letterati.

LA FOGLIA DI FICO di Antonio Pascale



«Negli anni ho cominciato a pensare che qualunque strada si possa intraprendere per la felicità, questa debba necessariamente passare per una pineta. Una pineta da attraversare e un mare da raggiungere». C’è in questo libro l’invenzione di una forma, felicissima e leggera: il racconto in fiore, dove ogni uomo si staglia come un albero, a braccia aperte sotto il cielo. Una ramificazione di storie, intrecciate come l’edera, antiche come il grano, contorte e nodose e belle come i tronchi di olivo. Imparando a leggere le piante forse si scorgono le donne e gli uomini così come sono, nel ciclo spontaneo della loro natura, contraddittoria e vitale. Entrate sotto l’ombra dei rami in fiore: qui ci siete voi.

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NOVA di Fabio Bacà



Del cervello umano, Davide sa quanto ha imparato all’università, e usa nel suo mestiere di neurochirurgo. Finora gli è bastato a neutralizzare i fastidiosi rumori di fondo e le modeste minacce della vita non elettrizzante che conduce nella Lucca suburbana: l’estremismo vegano di sua moglie, ad esempio, o l’inspiegabile atterraggio in giardino di un boomerang aborigeno in arrivo dal nulla. Ma in quei suoni familiari e sedati si nasconde una vibrazione più sinistra, che all’improvviso un pretesto qualsiasi – una discussione al semaforo, una bega di decibel con un vicino di casa – rischia di rendere insopportabile. È quello che tenta di far capire a Davide il suo nuovo, enigmatico maestro, Diego: a contare, e spesso a esplodere nel modo più feroce, è quanto del cervello, qualunque cosa sia, non si sa. O si preferisce non sapere.

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STRADARIO AGGIORNATO DI TUTTI I MIEI BACI di Daniela Ranieri



Una donna in dialogo perpetuo con sé stessa e con il mondo disegna una mappa delle sue ossessioni, del suo rapporto con l’amore e con il corpo, serbatoio di ipocondrie e nevrosi: il nuovo romanzo di Daniela Ranieri è un diario lucido e iperrealistico, in cui ogni dettaglio, ogni sussulto di vita interiore è trattato allo stesso tempo come dato scientifico e ferita dell’anima. Dalla pandemia di Covid-19 alla vita quotidiana di Roma, tutto viene fatto oggetto di narrazione ironica e burrascosa, ma in special modo le relazioni d’amore: le tante sfaccettature di Eros – l’incontro, il flirt, il piacere, le convivenze sbagliate, la violenza, l’idealizzazione, la dipendenza, l’amore puro – vengono sviscerate nello stile impareggiabile dell’autrice, un misto di strazio, risentimento, ironia impastati con la grande letteratura europea (e non solo). E forse è proprio la lingua di Daniela Ranieri il vero protagonista di questo “Stradario aggiornato di tutti i miei baci”, una lingua ricchissima di echi gaddiani, di irritazioni à la Thomas Bernhard, di citazioni, e allo stesso tempo inquietantemente diretta e inaudita, una lingua la cui capacità di nominare e avvicinare le cose è pari soltanto alla sua potenza nel distruggerle. Lo Stradario di Daniela Ranieri non è solo un romanzo: ha la sostanza di un corpo vivente che abita nel mondo, di una voce che avvince e persuade con la forza della grande letteratura.

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I MIEI STUPIDI INTENTI di Bernardo Zannoni



«Esistono vari modi di strillare un libro magnifico. Ma solo un modo è giusto per “I miei stupidi intenti”: leggetelo, leggete questo romanzo in stato di grazia». Marco Missiroli. Questa è la lunga vita di una faina, raccontata di suo pugno. Fra gli alberi dei boschi, le colline erbose, le tane sotterranee e la campagna soggiogata dall’uomo, si svela la storia di un animale diverso da tutti. Archy nasce una notte d’inverno, assieme ai suoi fratelli: alla madre hanno ucciso il compagno, e si ritrova a doverli crescere da sola. Gli animali in questo libro parlano, usano i piatti per il cibo, stoviglie, tavoli, letti, accendono fuochi, ma il loro mondo rimane una lotta per la sopravvivenza, dura e spietata, come d’altronde è la natura. Sono mossi dalle necessità e dall’istinto, il più forte domina e chi perde deve arrangiarsi. È proprio intuendo la debolezza del figlio che la madre baratta Archy per una gallina e mezzo. Il suo nuovo padrone si chiama Solomon, ed è una vecchia volpe piena di segreti, che vive in cima a una collina. Questi cambiamenti sconvolgeranno la vita di Archy: gli amori rubati, la crudeltà quotidiana del vivere, il tempo presente e quello passato si manifesteranno ai suoi occhi con incredibile forza. Fra terrore e meraviglia, con il passare implacabile delle stagioni e il pungolo di nuovi desideri, si schiuderanno fra le sue zampe misteri e segreti. Archy sarà sempre meno animale, un miracolo silenzioso fra le foreste, un’anomalia. A contraltare, tra le pagine di questo libro, il miracolo di una narrazione trascinante, che accompagna il lettore in una dimensione non più umana, proprio quando lo pone di fronte alle domande essenziali del nostro essere uomini e donne. I miei stupidi intenti è un romanzo ambizioso e limpido, ed è stato scritto da un ragazzo di soli venticinque anni. Come un segno di speranza, di futuro, per chi vive di libri.

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IL TUFFATORE di Elena Stancarelli



Nel tuffatore convivono eleganza e passione per il rischio. Raul Gardini aveva imparato da ragazzino a tuffarsi dal molo di Ravenna. Bello, seduttivo, sempre abbronzato, erede acquisito di una delle più potenti famiglie industriali italiane, aveva l’ambizione di cambiare le regole del gioco e la spregiudicatezza per farlo. Spinto dal desiderio, dall’ossessione di andare più dritto e veloce verso la risoluzione di qualsiasi problema. A qualunque costo. Elena Stancanelli racconta la parabola di Raul Gardini come il romanzo di una generazione scomparsa, fatta di uomini sconfitti dalla storia, fieri del loro coraggio, arroganti, pronti a rischiare fino all’azzardo. Uomini a cui era difficile resistere. La vicenda di un imprenditore partito da Ravenna per conquistare il mondo entra nella vita e nei ricordi della scrittrice, intreccia le canzoni di Fabrizio De André, si muove sullo sfondo di una provincia romagnola tra fantasmi felliniani, miti eroici, ascese improvvise e cadute rovinose. Intorno, i sogni di gloria di un paese che guarda all’uomo della provvidenza con speranza prima, e con sospetto poi. Fino a quando tutto crolla. E il tuffatore resta lassù, da solo, sospeso in volo tra la vita e la morte.

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4 libri da leggere in occasione della Festa dei Lavoratori

Libri sul lavoro: 4 consigli di lettura in occasione della Festa dei Lavoratori. Tale festa è riconosciuta a livello mondiale, anche se in alcuni Stati non è totalmente ufficiale, ma vengono fatte ugualmente delle celebrazioni in occasione del Primo maggio.

Lavoro. Una storia culturale e sociale


Il lavoro: definisce la nostra posizione nella società, determina dove e con chi passeremo gran parte della nostra giornata, è il mediatore della nostra autostima e un mezzo per trasmettere i valori in cui crediamo. Se gli economisti moderni profetizzavano la progressiva scomparsa del giogo del lavoro, oggi siamo sempre più indaffarati e sempre più occupati, a discapito del tempo dedicato a noi stessi. Ma lavorare fa davvero parte della nostra natura? Per rispondere, James Suzman ripercorre la storia dell’umanità dalle origini ai nostri giorni, spaziando tra antropologia e zoologia, fisica e biologia evolutiva, economia e archeologia. Se è vero che oggi troviamo una realizzazione e uno scopo nel lavoro, i nostri antenati concepivano in modo molto diverso se stessi e il tempo a loro disposizione. Il mito odierno dell’occupazione, considerata quasi una virtù, è un’evoluzione relativamente recente nella nostra storia millenaria, che ha avuto origine con l’avvento dell’agricoltura e con la nascita delle città, con la domesticazione degli animali e, successivamente, con la comparsa delle macchine. Lavoro racconta come nei secoli si siano trasformati radicalmente non solo la nostra capacità di produzione e il nostro impatto sull’ambiente, ma anche i concetti stessi di noia, ozio e tempo libero, seguendo i mutamenti dettati da ideologie, religioni e scoperte scientifiche. A lungo abbiamo faticato per noi stessi e per gli altri – talvolta fino a morirne –, ci siamo chiesti se ne valesse la pena, abbiamo lottato per ricavare qualche ora di libertà da dedicare alle persone e alle cose che ci piacevano. Oggi, alle soglie di un’era che promette di automatizzare gran parte delle nostre attività, James Suzman ci invita a riflettere sui valori e desideri cui vogliamo dare spazio nell’uso che facciamo del tempo della nostra vita.

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È il futuro, bellezza! I giovani e la sfida del lavoro


Il mondo del lavoro è interessato da profonde trasformazioni determinate dalle nuove tecnologie e da una differente organizzazione della produzione e del ruolo del lavoratore. Trasformazioni che coinvolgono temi cari al sindacato: dalla questione di genere all’organizzazione dei servizi fino al welfare; dai brevetti al ruolo della ricerca, fino al tema dell’alternanza scuola-lavoro e dei rapporti intergenerazionali. In questo volume, l’autrice, anche con interviste a personalità del mondo culturale, economico e sociale, delinea cosa pensano i neo diciottenni e i Millennials del nuovo mercato del lavoro; come cambiano le fabbriche, la figura del lavoratore-operaio, gli stili e i modi di vivere nelle città digitali. Un articolato percorso, a cavallo tra old e new economy, che si avvale – tra l’altro – delle testimonianze delle sindacaliste e del rettore universitario, del pubblicitario e dei protagonisti del terzo settore, di un sociologo di fama mondiale e di un ex ministro del Lavoro e pari opportunità, di rappresentanti del mondo dei media e dell’imprenditoria. Un libro con tanti angoli di lettura ma che ha l’intento di raccontare il cambiamento e ridurre le distanze tra le generazioni, in particolare nella filiera scuola, università, lavoro.

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Imprenditore: risorsa o problema? Impresa e bene comune


Come è cambiata l’attività imprenditoriale negli ultimi decenni in Italia? Qual è il ruolo dell’impresa nella società? Come si mettono in rapporto tradizione e innovazione? Che significato ha per un imprenditore il bene comune? Raccogliendo le riflessioni di alcuni tra i principali imprenditori e manager del nostro Paese – da Oscar Farinetti a Pasquale Natuzzi, da Roberto Snaidero a Pietro Modiano a Giorgio Squinzi -, questo volume riflette sulle profonde trasformazioni che sta vivendo l’industria italiana e indica le possibili strategie per dare vita a una ripresa economica e culturale: considerando il ruolo spartiacque della crisi, gli autori approfondiscono i nuovi modi di fare impresa che stanno sorgendo nel Paese e mostrano da dove ripartire per costruire un’economia che metta al centro il bene delle persone e lo sviluppo della società.

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Il lavoro non ti ama. O di come la devozione per il nostro lavoro ci rende esausti e soli


«Fa’ ciò che ami, e non lavorerai nemmeno un giorno in vita tua»: ecco lo slogan che ha mosso le nostre vite alla ricerca del lavoro dei sogni, quello che fai con il sorriso sulle labbra, che mette in gioco i tuoi talenti migliori e ti fa sentire parte di una squadra – di più: parte di una famiglia. Peccato che in quello slogan si nascondesse la ricetta per lo sfruttamento, il programma in codice per una nuova tirannia del lavoro che abbiamo accolto allegramente, convinti che il lavoro avrebbe ricambiato quell’amore. Ora però l’idillio si sta incrinando: al posto delle farfalle nello stomaco, la sensazione nettissima che in questa relazione qualcosa non vada. Perché facciamo sempre più fatica a cogliere il privilegio delle nostre vite precarie? Con «Il lavoro non ti ama» Sarah Jaffe ci aiuta a dare un nome e una ragione a questo groviglio di inquietudine, frustrazione e senso di colpa che fa da basso continuo alle nostre giornate lavorative, intrecciando le singole storie di lavoratrici e lavoratori a un’acuta analisi della storia recente. Guidata da Marx e Silvia Federici, Mark Fisher e bell hooks, Guy Standing, Selma James e molti altri, Jaffe ci mostra che il neoliberismo è anche un progetto di manipolazione delle emozioni, ma è un progetto che sta crollando ed esiste una possibilità di lotta a partire dalle sue rovine. Questo non è soltanto un libro che «fa pensare»: è un’istigazione al cambiamento, lo strumento per accendere una rivoluzione. «La beffa più grande del capitale è stata convincerci che il lavoro sia il nostro più grande amore», scrive Jaffe. «Liberare l’amore dal lavoro, allora, è la chiave per ricostruire il mondo».

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Il cuore è un organo: intervista a Francesca Michielin

La cantautrice ha esordito in libreria con il romanzo Il cuore è un organo, che intreccia la storia di tre artiste unite dalla passione per la musica.

Volevo raccontare tre figure femminili, intrecciando le loro diverse storie per dare vita a sentimenti di cui non si parla spesso nei romanzi.
È da quando sono molto piccola che voglio scrivere questo romanzo e addirittura l’incipit di questo capitolo l’ho scritto più di dieci anni fa. Col passare degli anni, però, è nata in me l’esigenza di raccontare una storia di questo tipo che ha come cornice il contesto musicale, quindi ci ho messo tanto del mio, degli incontri che ho fatto e della consapevolezza che ho acquisito in questi anni nel fare musica.”

Tre donne, Verde, giovane cantautrice all’apice del successo, Regina, vecchia gloria del panorama musicale e Anna, il motore, in senso letterario, della storia.

La musica è l’elemento che fa da cornice a tutto il libro. Il titolo stesso è volontariamente ambiguo per la presenza della parola “organo” che rimanda sia al lato medico sia allo strumento. Il senso è quello di pensare al cuore come un luogo dove risuonano i sentimenti.
In questi anni la musica è diventata uno spazio di grande affermazione della propria personalità, ci siamo allontanati sempre di più da quel tipo di canzoni che raccontano le storie. Pensando anche ai grandi cantautori e alle grandi cantautrici della nostra tradizione italiana ho sentito l’esigenza di creare uno spazio per raccontare una storia fuori dalla musica, perché la musica è ancora una sorta di confessionale per me, mentre la scrittura narrativa poteva diventare lo spazio giusto per parlare di una storia e prendersi tutto lo spazio per farlo.”

La cantautrice bassanese traccia, che tra le pagine del suo primo romanzo, una panoramica di tutte le difficoltà che deve affrontare una giovane artista decisa a fare della musica il proprio mestiere. Insicurezze, sessismo, pregiudizi, critiche e passi falsi sono dietro l’angolo, ma il trucco per non lasciarsi sopraffare è smettere di pretendere da sé stessi la perfezione e imparare ad accettarsi per ciò che si è davvero, fragilità incluse.

Intervista al collettivo che ha tradotto l’enigma La Mascella Di Caino

Pubblicato per la prima volta nel 1934 all’interno di una raccolta di rompicapi denominata The Torquemada Puzzle Book con una ricompensa di 15 sterline, questo enigma è tornato prepotentemente d’attualità grazie al passaparola su TikTok. La Mascella Di Caino non è propriamente un libro, ma non ai tratta neanche un gioco: in realtà è un complicatissimo enigma linguistico e letterario.
Basti pensaer che il titolo stesso prende il nome da quella che, secondo l’Amleto di Shakespeare, è considerata la prima arma della storia!!

Pubblicato in italiano con il prezioso lavoro di traduzione del collettivo The Crime Badger, e con la prefazione in italiano di Stefano Bartezzaghi, è composto da 100 pagine contenenti le storie di sei assassini.
I giochi di parole non sempre funzionano in italiano, quindi in diversi casi li abbiamo inventati, senza però perdere di vista la loro funzione. Il difficile è stato distinguere quelli che rappresentavano un indizio e quelli che l’autore ha messo lì solo per confondere il lettore (diabolico!)…”

Ideato e scritto interamente da Edward Powys Mathers, cruciverbista inglese dell’Observer, con lo pseudonimo di Torquemada (nome preso in prestito dal cognome di un inquisitore spagnolo del XV secolo), La mascella di Caino è stato risolto ufficialmente solo quattro volte da quando è stato pubblicato: due soluzioni nel 1935, una nel 2016 e l’ultima nel 2020. La risoluzione dell’enigma non è mai stata resa pubblica, quindi non c’è nessuna possibilità di fare i furbi andando a recuperare le soluzioni su internet.

L’unico modo per arrivare alla soluzione finale, è individuare sia le sei vittime sia i sei assassini, ma non è così semplice come sembra: innanzitutto le 100 pagine di cui è composto il libro sono pubblicate in ordine sparso, e come prima cosa bisogna individuarne l’ordine corretto. Ma attenzione: non basta collegare le frasi che iniziano in una pagina e finiscono in un’altra, perché quasi tutte le pagine de La Mascella di Caino finiscono con il punto…
Anche confidare nel proverbiale colpo di fortuna risulta pressochè impossibile, visto che le possibili combinazioni sono oltre 100!

Consiglio per i lettori che non sopportano l’idea di rovinare un libro: astenetevi!!
Infatti l’unico modo possibile per trovare l’ordine corretto, è strappare le pagine una a una!!

Pagina de La Mascella Di Caino

Dopo un lungo periodo in cui questo enigma sembrava essere stato dimenticato, nel 2016 inizia la sua rinascita a livello editoriale, quando una copia è stata donata al Laurence Stern Trust, suscitando l’interesse del curatore Patrick Wildgust. I suoi tentativi (riusciti) di risolverlo hanno portato nel 2019 a una riedizione da parte di Unbound, un editore che pubblica solo testi finanziati tramite crowdfunding.
Il libro è stato così ripubblicato sia nella sua forma classica che sotto forma di carte da riordinare, con un’illustrazione di Tom Gauld in copertina (riproposta anche nell’edizione italiana). Anche questa volta era prevista una ricompensa: mille sterline per chi l’avesse risolto entro il 19 settembre 2020. In 12 hanno spedito una risposta ma solo una era corretta: quella inviata dal comico John Finnemore, che -complice la pandemia- ha trovato il tempo per dedicarsi alla risoluzione.
Finnemore ha raccontato di averci messo ben quattro mesi a risolverlo, e che non ci sarebbe riuscito senza innumerevoli ricerche su Internet e il moltissimo tempo avuto a disposizione durante il lockdown. Anche la versione italiana prevede una ricompensa: per chi riuscirà a risolvere l’enigma entro l’1 novembre 2022, Mondadori regala una gift card del valore di 500 euro (qui il regolamento completo).

Infine l’ultima scintilla che ha fatto rinascere l’interesse verso La mascella di Caino è scoccata quando, a fine 2021, l’assistente documentarista Sarah Scanner, ha postato su TikTok dei reel dove, trovandosi in un vicolo cieco, ha strappato le pagine della sua copia e le ha riordinate su una parete come fossero prove di un film poliziesco, decidendo così di coinvolgere i suoi follower nell’impresa.

La mascella di Caino libro strappato Sarah Scanner

L’intervista al collettivo The Crime Badger

Il collettivo che si è occupato della traduzione, ha deciso di definirsi con questa dichiarazione: “Con questo libro si è cimentato un collettivo di traduttori che si riconoscono con lo pseudonimo di The Crime Badger e non vogliono svelare i loro veri nomi. Le loro identità, tuttavia, non sono importanti: potrebbero essere anche una persona sola. Questi traduttori si sono talmente immedesimati nello spirito del libro da voler firmare la traduzione con un enigma”.

Il libro è stato scritto nel 1934, quindi con un inglese diverso da quello utilizzato oggi. Avete scelto di mantenere questa sfaccettatura nella traduzione?
“In linea di massima sì. Tutto sommato, non è stato difficile, perché nel libro si ritrova un pastiche di stili, dovuto non tanto all’epoca in cui è stato scritto quanto alle molte citazioni letterarie e ai giochi di parole. Per quanto riguarda le prime, abbiamo attinto – dove esistevano – alle edizioni pubblicate delle opere, traducendo noi quelle inedite in italiano. Nel fare questa seconda operazione, abbiamo ricalcato il registro originale, creato rime e fatto ricorso a termini arcaici. Quando invece ci siamo trovati davanti a giochi di parole, spoonerismi e altri trucchetti linguistici, abbiamo dato libero sfogo alla fantasia, pur rispettando il criterio usato dall’autore (spoiler: spesso questi giochi di parole sono indizi)”.

Per la traduzione vi è stato comunicato l’ordine corretto delle pagine? Conoscete anche la soluzione?
“Sì, abbiamo l’ordine corretto delle pagine e la soluzione, ma è tutto ben custodito nei nostri archivi informatici! Senza queste informazioni, il lavoro di traduzione sarebbe potuto durare anni, perché avremmo dovuto come prima cosa risolvere l’enigma”.

L’enigma è pieno di riferimenti letterari e giochi di parole. È stato difficile mantenerli in italiano in modo che aiutassero ugualmente a giungere alla soluzione?
“Non così tanto. Il difficile è stato stanarli. Alcuni riferimenti letterari ci hanno fatto subito suonare un campanellino e li abbiamo individuati piuttosto in fretta, altri li abbiamo trovati applicando il metodo caro a ogni traduttore: dubita di ogni cosa. In altre parole, uno dei ‘trucchi’ è stato leggere e rileggere più volte l’originale per capire dove c’erano frasi che stridevano e approfondire il perché. Ogni volta che qualcosa suonava strano, ed è successo spesso, abbiamo controllato la fonte e l’abbiamo trovata. I giochi di parole non sempre funzionano in italiano, quindi in diversi casi li abbiamo inventati, senza però perdere di vista la loro funzione. Il difficile è stato appunto distinguere quelli che rappresentavano un indizio e quelli che l’autore ha messo lì solo per confondere il lettore (diabolico!). Possiamo però garantire che gli indizi ci sono tutti… e anche qualcuno in più”.

La mascella di Caino contiene anche riferimenti alla cultura inglese e a questioni letterarie legate agli anni ‘30 del 1900. È stato difficile districarsi in questi temi?
“È stata forse la parte più complicata e crediamo sarà quella più ostica per il lettore di oggi, ma confidiamo in un proficuo uso di Internet, una miniera di preziose informazioni: bisogna solo essere sufficientemente scaltri da capire cosa cercare. In questo libro, come in ogni giallo che si rispetti, è tutto sotto i nostri occhi fin da subito”.

Quali sono state le maggiori sfide che avete affrontato in questa traduzione?
“Un’enorme difficoltà è stata senza dubbio quella di pensare come l’autore, o almeno tentare di farlo. Si potrebbe dire che ogni libro che traduciamo ci chiede di pensare come il suo autore, ma qui abbiamo dovuto improvvisarci funamboli e destreggiarci tra il ‘cosa’ e il ‘come’, che in queste pagine fanno a gara per accaparrarsi l’attenzione del lettore. A ogni frase ci siamo chiesti perché l’autore stesse usando quelle parole o esprimendo quel concetto. A ogni passaggio ci siamo chiesti se ci stesse conducendo per mano verso la soluzione o se ci volesse portare in un vicolo cieco, nel quale noi dovevamo portare a nostra volta i lettori. Più di una volta abbiamo temuto di non farcela, ma la forza del gruppo ci ha permesso di sostenerci a vicenda. Torquemada ci ha sfidati a ripensare il nostro ruolo di traduttori e ci ha fatto fare un sano bagno di umiltà. E ce lo siamo immaginati ridere di noi quando disperavamo e ridere con noi quando esultavamo”.

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