Il libro della settimana – L’amore addosso, Sara Rattaro

«L’amore arriva come un’onda, cancella ogni bugia, ti travolge e ti illumina»

Vi è mai capitato di sentirvi, o di essere, divisi a metà?

Da una parte la moglie brava, bella e fortunata, figlia devota che i genitori vedono come la perfezione; dall’altra, l’insospettabile e folle amante, che vive di nascosto una passione assoluta e sfugge al perbenismo che la società impone.

E’ capitato a Giulia, la protagonista del nuovo romanzo di Sara Rattaro.

È stata lei ad accompagnare in ospedale l’uomo che ha soccorso sulla spiaggia e che ora è ricoverato, in condizioni gravi. Lo ha visto casualmente, mentre passava da lì, dice. Dice perchè non può dire. Non può dire che erano insieme, che sono amanti.

Nell’altra ala dell’ospedale, nello stesso giorno, è sempre lei la donna in attesa di notizie sul marito, vittima di un incidente d’auto. Non era con lui al momento dell’impatto; non era rintracciabile mentre la famiglia, da ore, cercava di mettersi in contatto con lei.

Due donne, la stessa donna. E quando la informano che in macchina con il marito c’era una sconosciuta, non sembra affatto stupita.

Il destino, ironico e beffardo come solo lui sa essere. Una verità che perseguita Giulia come una spina sotto pelle; un segreto che fa di lei quell’essere così tormentato e unico, un caos che può soltanto esplodere. L’amore è una voce che non puoi zittire e una forza che non puoi arrestare. L’unica spinta che può riportarti a ciò che sei veramente.

Sara Rattaro è brava, brava davvero. Non lo scopriamo di certo oggi, ma questo romanzo definisce una maturità acquisita, la capacità di raccontare la vita tra le pagine e una padronanza nel maneggiare le emozioni, per farle arrivare dritte al cuore.

Questa settimana il libro da non perdere è: L’amore addosso

 

 

Su Spotify la colonna sonora del nuovo romanzo di O’Connor!

Esce oggi, per Guanda Editore, il nuovo romanzo di Joseph O’Connor, si intitola ‪”IL GRUPPO

E’ disponibile anche in una speciale edizione ebook con i link su ‪#‎Spotify‬ alle canzoni citate nel  testo.

Il romanzo è la storia di una grande amicizia adolescenziale tra Robbie Goulding e Fran Mulvey: si conoscono al college e quello che li accomuna è la passione per la chitarra, e il tentativo di interpretare il mondo secondo i testi delle canzoni preferite. Siamo agli inizi degli anni Ottanta e i modelli di riferimento sono ‪#‎DavidBowie‬, i ‪#‎VelvetUnderground‬ e altri grandi musicisti. I due amici formano un gruppo, e in una vicenda che copre venticinque anni di musica e amicizia, il loro percorso è quello tipico delle rock band: musica, trasgressione, incontri con star del calibro di ‪#‎PattiSmith‬ e ‪#‎ElvisCostello‬, le desolate periferie inglesi, i concerti all’Hollywood Bowl, fino ad un’ultima magica notte a Dublino.

L’edizione speciale ebook, realizzata integrando i brani presenti su Spotify, disponibile anch’essa dal 25 giugno, è arricchita con le tracce musicali delle canzoni: dagli ‪#‎Abba‬ a ‪#‎ZiggyStardust‬, passando per i grandi successi dei ‪#‎RollingStones‬, di ‪#‎EltonJohn‬, dei ‪#‎Clash‬ e di molti altri.
Si può ascoltare la colonna sonora del romanzo tramite Spotify scaricando gratuitamente la app. Altrimenti si può scoprire la playlist da browser a questo indirizzo:
https://open.spotify.com/…/…/playlist/5NWRp0k1FJy9xCMAlD5W21

Pesca al salmone nello Yemen:
   racconto surreale sui rapporti Occidente e Medio Oriente

“Pesca al salmone nello yemen” è un racconto surreale da cui è stato tratto il film  di Lasse Hallstron: “Il pescatore di sogni”.
Un ricco sceicco dello yemen decide che la pesca al salmone è lo sport perfetto per il suo popolo, che così imparerà finalmente cos’è la pazienza, la soddisfazione nel raccogliere frutti della propria fatica e sarà un gradino più vicino alla moderna Inghilterra.

Il facoltoso arabo finanzia il suo eccentrico progetto con un’enorme somma di denaro e ingaggia la più importante azienda britannica del settore.
L’obiettivo da raggiungere è dei più complicati: si tratta di impiantare nel deserto un sistema di vasche nelle quali i salmoni delle gelide acque scozzesi possano nuotare.
Il biologo Alfred è a capo del progetto che, con l’aiuto del visionario sceicco arabo e della bella Harriet, alla fine prende forma, a dispetto dei complotti terroristici e dell’ancora più pericolosa ottusità del primo ministro inglese. Il giorno in cui quest’ultimo e lo sceicco stanno per pescare insieme il primo salmone, davanti alla stampa di tutto il mondo, il destino (o la natura?) si prenderà una giusta e esilarante rivincita.

In realtà l’autore con questa simpatica e stravagante storia vuole mettere in luce i rapporti politici/commerciali tra Occidente e Medio Oriente, rapporti che vedono spesso la democrazia britannica eseguire ogni eccentrica richiesta del ricco sovrano perché.. bè, perché i soldi comprano tutto, anche la ragionevolezza.
La possibile pesca di salmoni nello yemen è il difficile tentativo di mediazione tra due culture diverse, tentativo che, seppur animato da buone intenzioni, segue un metodo sbagliato. Pervaso da una comicità grottesca, lo stile è contraddistinto dalla sottile ironia e dal gusto del paradosso tipico dello humor britannico.

La narrazione procede con documenti, pagine di diario, e-mail d’ufficio e interviste; il che può rappresentare un piccolo ostacolo per il lettore, che è costretto a costruirsi da sé una continuità in questi frammenti, ma con un po’ di giusta attenzione la storia si ricostruisce perfettamente.

Narcopolis: Bombay anni 70, viaggio al centro dell’allucinazione

Narcopolis è il primo romanzo dello scrittore indiano Jeet Thayil. Come lo stesso titolo suggerisce, la trama si concentra sull’esperienza dell’assunzione di droghe, ma non solo, i personaggi si dedicano alla sperimentazione di qualsiasi esperienza che alteri i sensi o che porti a un diverso livello di coscienza.
Narcopolis si svolge in India, nella città di Bombay, il periodo può essere identificato all’incirca con gli anni ‘70-80. Lo stesso autore dichiara di avere provato in prima persona le esperienze che ci racconta nel suo romanzo, e di essere stato per molti anni consumatore accanito di droghe e alcol.
Ma il suo non è un semplice resoconto della caduta e della guarigione dalla dipendenza, ma qualcosa di più profondo, che fa scattare subito l’empatia del lettore, e vuole porre l’attenzione sull’impegno sociale del paese, e il ruolo degli studiosi, degli artisti e delle prostitute.

La storia prende vita raccontata attraverso gli occhi dei personaggi, che con le loro vicende ci mostreranno anche il cambiamento delle fumerie d’oppio quando la terribile nuova droga, l’eroina, inizia a circolare.
Il narratore, Dom Ullis, arriva da New York per ritrovarsi immerso nelle fumerie d’oppio e nei bordelli di Bombay. In particolare il bordello più famoso della città, quello di Rashid, è popolato da un cast di personaggi degenerati e magnetici che ci lavorano, compreso Dimple, l’eunuco che costruisce pipe, il violento Rumi, l’imprenditore e rifugiato cinese Mr. Lee e un insieme di poeti, prostitute e gangster.

Tra i personaggi apparirà anche un serial killer, una sorta di “graziatore” che pretende col suo metodo di porre fine alle sofferenze della gente. Un intento non secondario del romanzo è quello di ricordare tutte le vittime di questa piaga che affligge i paesi più poveri così come i più ricchi, nella speranza che il loro esempio allontani dalla droga.
Dal romanzo emerge come la droga, l’alcol, il sesso siano la stessa risposta a domande diverse. Per le classi più disagiate costituiscono la reazione alla loro povertà, alla crudeltà altrui che vivono sulla loro pelle, ai loro sogni infranti. Per gli artisti è la fonte di ispirazione per la propria arte. Per le classi più alte può essere un divertimento, una moda. Bombay ne emerge come una città grottesca, in cui la maggior parte degli abitanti vive in una condizione di semi-miseria.

Thayil ci descrive i suoi bassifondi, le fumerie d’oppio, i bordelli, le vie buie e sporche; senza tradire nessuna nostalgia per il periodo della sua vita in cui vi abitava. Il tutto senza tralasciare i dettagli più tristi o scandalosi, senza paura di raccontare la verità.

A cura di Flora Marchesi

Il ritorno del giovane principe: un viaggio chiamato vita

“Più si rimanda il confronto con l’ostacolo, più crescono le difficoltà e più si diventa piccoli; in altre parole, più ci si trascina dietro il problema, più diventa pesante.

Prima di migliorare qualcosa nel mondo, c’è molto da migliorare dentro noi stessi.”

Trasformare è la parola d’ordine di questo romanzo che arriva dritto al cuore: “Il ritorno del giovane principe”
“Una storia semplice e poetica che ho scritto con lo scopo di trasmettere le esperienze e le conoscenze di cui ho fatto tesoro nella mia vita” così, Rommers A. G. racconta la gestazione di un libro che ha già conquistato migliaia lettori.
Un contenitore di piccole perle di saggezze che riprende lo spirito e la vocazione della ricerca del senso profondo della vita della racchiuso nel capolavoro di Antoine de Saint Exupéry “Il Piccolo principe”.

I

Estratto dal primo capitolo.

“Ero al volante su una sperduta strada della Patagonia (terra che deve il suo nome a una tribù di indigeni
noti per la smisurata grandezza dei piedi, in spagnolo patas), quando all’improvviso su un lato vidi un fagotto dall’aspetto strano. Rallentai d’istinto, e a quel punto mi accorsi che un ciuffo biondo sbucava da sotto una coperta
blu che sembrava adagiata su un corpo umano. Fermai la macchina, e quando uscii la mia sorpresa fu enorme.
Laggiù, a centinaia di chilometri dal paese più vicino, nel bel mezzo di una landa senza una casa in vista, e neppure uno steccato o un albero, un ragazzino dormiva placido senza la minima traccia di preoccupazione sul viso innocente.
Quello che avevo scambiato per una coperta era in realtà un mantello blu con le spalline, che lasciava intravedere l’interno violetto, da cui spuntava un paio di pantaloni bianchi, di quelli usati dai cavalieri, con le gambe infilate in due lucenti stivali di cuoio nero.
L’insieme conferiva al ragazzo un’aria principesca, del tutto incongruente a quelle latitudini. La sciarpa color
grano che ondeggiava libera al vento si confondeva a tratti con i suoi capelli, infondendogli un’aria malinconica e
trasognata. Rimasi fermo immobile, perplesso dinnanzi a quello che giudicavo un mistero insondabile.

Sembrava che
anche il vento, scendendo dalle montagne in grandi vortici, lo avesse schivato con i suoi mulinelli di polvere.
Mi fu subito chiaro che non potevo lasciarlo addormentato, indifeso, senza cibo né acqua in quel luogo desolato. Il suo aspetto non ispirava alcun timore, è vero, ma dovetti vincere una diffidenza acquisita negli anni prima di avvicinarmi a quello sconosciuto.
Con un certo impaccio, lo presi in braccio e lo adagiai in macchina nel posto accanto a me.
Il fatto che non si fosse svegliato mi sorprese tanto che per un attimo ebbi paura che fosse morto. Ma il suo polso regolare seppur debole mi rivelò che non era così.
Quando posai il suo braccio inerte sul sedile, pensai che, non fosse stato per l’immaginario classico delle creature
alate a cui siamo avvezzi, avrei creduto di trovarmi in presenza di un angelo disceso sulla Terra.

Ben presto sarei venuto a sapere che il ragazzo era esausto e allo tremo delle forze.
Quando rimisi in moto, riflettei a lungo sul fatto che gli adulti, con tutte le loro raccomandazioni, ci allontanano dagli altri al punto che toccare una persona o guardarla fisso negli occhi provoca un’imbarazzante
sensazione di sospetto.
«Ho sete», annunciò all’improvviso il ragazzo, e mi mise un bello spavento, perché mi ero quasi del tutto
scordato della sua presenza. Anche se aveva emesso un sussurro appena, il tono della sua voce possedeva la trasparenza dell’acqua che mi stava chiedendo.

In viaggi lunghi come quello, che potevano durare persino tre giorni, tenevo sempre in macchina bibite
e panini, per potermi fermare giusto il tempo di fare benzina. Gli diedi una bottiglia, un bicchiere di plastica e un sandwich con carne e pomodori avvolto nell’alluminio.
Mangiò e bevve senza dire una parola.
Nel frattempo, la mia mente si affollava di domande: “Da dove vieni?”, “Come sei arrivato sin qui?”, “Che ci facevi sdraiato sul ciglio della strada?”, “Ce li hai i genitori?” “Dove sono?”, e così via.
Conoscendo la mia natura ansiosa, traboccante di curiosità e voglia di sentirmi utile, ancor oggi mi stupisce che sia stato capace
di rimanere in silenzio per quei dieci interminabili minuti, mentre attendevo che il giovane recuperasse le forze. Lui, dal canto suo, bevve e mangiò tranquillo, quasi fosse la cosa più normale di questo mondo che mentre dormiva abbandonato in un posto semideserto,
all’improvviso apparisse qualcuno pronto a offrirgli dell’acqua e un sandwich di carne.
«Grazie», disse quando ebbe finito, prima di appoggiarsi nuovamente al finestrino, come se bastasse
quella parolina a dissipare tutti i miei dubbi.
Dopo un attimo mi resi conto che non gli avevo neppure chiesto dove fosse diretto. Siccome lo avevo
trovato sul lato destro della strada, avevo dato per scontato che viaggiasse in direzione sud, ma in realtà la
cosa più probabile era che stesse cercando di raggiungere la capitale, situata a nord.
È davvero curiosa la facilità con cui decidiamo che gli altri debbano procedere nella nostra stessa direzione. Quando tornai a rivolgergli lo sguardo, ormai era troppo tardi. Un nuovo sogno lo aveva portato molto lontano da lì.

Dovevo svegliarlo? No, credo di no. Probabilmente era stravolto e confuso per la stanchezza. In ogni caso, a
nord o a sud, dovevamo comunque proseguire il nostro viaggio, perché lì non si poteva certo rimanere.
Accelerai.
Questa volta sarebbe stato diverso, non volevo perdere troppo tempo e troppa vita a chiedermi quale direzione prendere.
Ero immerso in simili pensieri, quando all’improvviso
mi sentii osservato da un paio di occhi azzurri e vivaci.
«Ciao», lo salutai, girandomi per un attimo verso il misterioso giovane.

«Su che razza di macchina stiamo viaggiando?» mi chiese lasciando vagare lo sguardo all’interno dell’abitacolo.
«Dove sono le ali?»
«Intendi l’auto?»
«Auto? Non può lasciare la Terra?»
«No», risposi con il mio orgoglio di proprietario leggermente ferito.
«E non può uscire da questa striscia grigia?»
Le sue dita, indicando verso il parabrezza, mi resero cosciente dei miei limiti.
«Questa striscia si chiama strada», gli spiegai dicendo tra me e me: “Ma da dove diavolo è venuto fuori questo
ragazzino?”.
«E se provassimo a uscire fuori a questa velocità, ci ammazzeremmo all’istante.»
«Sono sempre così tiranniche le strade? Chi le ha inventate?»
«La gente.»

Rispondere a domande così semplici diventava all’improvviso difficilissimo.
Chi era quel giovane che irradiava innocenza ed era capace di scuotere come un terremoto le fondamenta del sistema di conoscenze che io avevo ereditato?

«Da dove vieni? Come sei arrivato qui?» gli chiesi.
Qualcosa nel suo sguardo intenso e franco mi risultava stranamente familiare.
«Ci sono molte strade sulla Terra?» insistette lui, senza
badare alle mie parole.
«Sì, innumerevoli.»
«Sono stato in un posto senza strade», disse il misterioso giovane.
«Allora la gente si perderà», ribattei, sentendo crescere sempre più la curiosità di sapere chi fosse e da dove
venisse.
«E quando non ci sono strade sulla Terra», proseguì lui senza battere ciglio, «la gente non pensa di cercare
l’orientamento in cielo?».
Quindi guardò all’insù attraverso il finestrino.
«Di notte», risposi con voce tranquilla, «è possibile farsi guidare dalle stelle. Ma quando il sole è alto, correremmo il rischio di rimanere accecati.»
«Ah!» esclamò il ragazzo. «I ciechi vedono quello che nessun altro ha il coraggio di vedere. Devono essere le
persone più coraggiose di questo pianeta.»
Non seppi cosa rispondere e tra noi calò il silenzio, mentre la macchina continuava a correre lungo la
tirannica striscia grigia.

Trascorso un po’ di tempo, immaginando che non avesse risposto per timidezza, decisi di insistere:
«Cosa ti è successo? A me puoi raccontarlo. Se hai bisogno di aiuto, non hai che da chiedere.»
Tuttavia, il giovane rimase in silenzio.
«Ti puoi fidare di me. Dimmi come ti chiami e che problema hai», proseguii senza lasciarmi scoraggiare.
«Che problema ho?» si decise finalmente a rispondere.
«Be’, sai com’è…»

Cercai di sdrammatizzare con un sorriso, tanto per metterlo a suo agio. «Se uno si ritrova sdraiato sul ciglio della strada, nel bel mezzo del nulla, è evidente che deve avere un problema.»
Dopo un attimo di riflessione, mi sorprese con una
domanda:
«Cos’è di preciso un problema?»
Sorrisi, convinto che fosse una domanda ironica.
«Cos’è un problema?» insistette, e in quel momento capii che aspettava davvero una risposta. Ancora sorpreso
per la sua reazione, ebbi il sospetto di non aver capito la
domanda.
«Problem, problème…» ripetei in altre lingue, per quanto la parola suonasse più o meno sempre uguale.
«Ho già sentito questa parola», mi interruppe. «Ma potresti spiegarmi cosa significa?» Mi sforzai inutilmente di estrarre dalla mia memoria la definizione contenuta nel dizionario. Certo, era strano che in un mondo così affollato di problemi un adolescente non si fosse ancora mai imbattuto in quel concetto. Alla fine, vedendo che non riuscivo a sfuggire al suo sguardo penetrante, cercai di fabbricare una spiegazione personale.
«Un problema è come una porta di cui non hai la chiave.»
«E cosa fai quando ti trovi di fronte un problema?» volle sapere il giovane, sempre più interessato alla conversazione.
«Be’, innanzitutto bisogna vedere se il problema è davvero tuo, cioè, se ti blocca il passaggio. Questo è di vitale importanza», gli spiegai, «perché c’è un mucchio di gente che mette il naso nelle cose degli altri, anche
se nessuno gli ha chiesto aiuto. E così perdono tempo e forze e impediscono agli altri di trovare la soluzione da sé.»
Vidi che annuiva dinnanzi a questa verità lampante, così difficile da accettare per molti adulti.
«E se il problema è tuo?» continuò, tornando a fissarmi.
«Allora per prima cosa bisogna trovare la chiave giusta e poi inserirla correttamente nella serratura.»
«Sembra facile», concluse il giovane annuendo nuovamente.
«Per niente», obiettai. «C’è gente che non è capace di trovare la chiave, e non perché abbia poca immaginazione, ma perché si rifiuta di provare due o tre volte le chiavi che possiede, e ogni tanto neanche una volta sola. Vorrebbero che gli mettessero la chiave
in mano, o peggio ancora, che qualcuno gli aprisse la porta.»
«E sono capaci tutti di aprire la porta?»
«Se sei convinto di poterlo fare, la cosa più probabile è che tu ci riesca. Ma se pensi di non essere in grado, quasi sicuramente non ce la farai.»
«E cosa succede a chi non riesce ad aprire la porta?»
«Devono continuare a provarci finché non ce la fanno, altrimenti non raggiungeranno mai tutto il loro potenziale.» Poi, quasi pensando ad alta voce, aggiunsi:
«Non serve a niente perdere le staffe, accanirsi contro la porta e farsi del male, dando la colpa a lei. E neppure rassegnarsi a vivere da questo lato, sognando quello che potrebbe esserci dall’altra parte.»
«E non esiste nessuna ragione valida per non aprire la porta?» chiese il giovane, come se facesse fatica ad
accettare qualche porzione dell’idea.
«Anzi, tutto il contrario!» esclamai. «La gente ha sviluppato un’immensa capacità di giustificarsi.
Spiegano la propria incapacità con la carenza di affetto o di istruzione, oppure con i dolori sofferti. Puoi arrivare a convincerti che è meglio non oltrepassare la soglia, perché dall’altro lato potrebbero esserci pericoli e minacce. O magari puoi dichiarare con cinismo che non t’interessa quello che c’è dall’altra parte. Sono tutti modi per nascondere il dolore provocato dal fallimento.
Più si rimanda il confronto con l’ostacolo, più crescono le difficoltà e si diventa piccoli; in altre parole, più ci si trascina dietro il problema, più diventa pesante.»
Sentivo che piano piano il giovane si stava convincendo, ma il persistente sguardo di tristezza e rassegnazione
dipinto sul suo viso mi spinse a continuare: «Tutto ciò porta all’infelicità. La strada per la crescita spirituale e la felicità esige il coraggio di crescere e di cambiare. Dobbiamo essere disposti ad abbandonare la comodità della nostra posizione e affrontare i problemi ogni volta che si renda necessario, fino ad avere la soddisfazione di risolverli per poter oltrepassare quella
porta e andare avanti.»
«E come faccio a trovare la chiave giusta?» chiese senza darmi il tempo di compiacermi per l’elegante analogia.
tra il problema e la porta, che ovviamente lui non era in grado di apprezzare.
In quel momento fui costretto ad alzare il piede dall’acceleratore, perché ci ritrovammo incollati a un camion di bestiame. Dando un’occhiata alla lancetta della benzina, fui invaso dall’improvviso timore di non riuscire a raggiungere la prossima stazione di servizio,
ancora molto distante.
Così decisi di rallentare per ridurre i consumi. Sfortunatamente la mia auto non disponeva di quel moderno congegno elettronico che
calcola i chilometri ancora percorribili con la benzina rimasta. Comunque mi consolai al pensiero che il camion sarebbe rimasto dietro di me e mi avrebbe potuto soccorrere in caso di necessità; perciò, lo superai con un gran sorriso sulle labbra, a cui l’autista rispose con un amichevole colpo di clacson. Ancora oggi, in Patagonia, l’incontro con un altro essere umano è un’occasione felice, persino una benedizione, tanto che questo genere di saluti è diventata un’allegra abitudine.
«Come faccio a trovare la chiave giusta?» insistette il giovane, estraneo alle mie riflessioni. Evidentemente,
non era di quelli che rinunciano a una domanda dopo averla formulata.
«Proprio così!» risposi cercando di nascondere una lieve esasperazione dovuta alla fatica del viaggio. «Cioè, se continui a chiedere le cose e non ti arrendi, finirai per trovare sempre la risposta. E se non ti stancherai di
provare tutte le chiavi che possiedi, alla fine riuscirai ad aprire la porta.»

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