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Il ritorno del giovane principe: un viaggio chiamato vita

“Più si rimanda il confronto con l’ostacolo, più crescono le difficoltà e più si diventa piccoli; in altre parole, più ci si trascina dietro il problema, più diventa pesante.

Prima di migliorare qualcosa nel mondo, c’è molto da migliorare dentro noi stessi.”

Trasformare è la parola d’ordine di questo romanzo che arriva dritto al cuore: “Il ritorno del giovane principe”
“Una storia semplice e poetica che ho scritto con lo scopo di trasmettere le esperienze e le conoscenze di cui ho fatto tesoro nella mia vita” così, Rommers A. G. racconta la gestazione di un libro che ha già conquistato migliaia lettori.
Un contenitore di piccole perle di saggezze che riprende lo spirito e la vocazione della ricerca del senso profondo della vita della racchiuso nel capolavoro di Antoine de Saint Exupéry “Il Piccolo principe”.

I

Estratto dal primo capitolo.

“Ero al volante su una sperduta strada della Patagonia (terra che deve il suo nome a una tribù di indigeni
noti per la smisurata grandezza dei piedi, in spagnolo patas), quando all’improvviso su un lato vidi un fagotto dall’aspetto strano. Rallentai d’istinto, e a quel punto mi accorsi che un ciuffo biondo sbucava da sotto una coperta
blu che sembrava adagiata su un corpo umano. Fermai la macchina, e quando uscii la mia sorpresa fu enorme.
Laggiù, a centinaia di chilometri dal paese più vicino, nel bel mezzo di una landa senza una casa in vista, e neppure uno steccato o un albero, un ragazzino dormiva placido senza la minima traccia di preoccupazione sul viso innocente.
Quello che avevo scambiato per una coperta era in realtà un mantello blu con le spalline, che lasciava intravedere l’interno violetto, da cui spuntava un paio di pantaloni bianchi, di quelli usati dai cavalieri, con le gambe infilate in due lucenti stivali di cuoio nero.
L’insieme conferiva al ragazzo un’aria principesca, del tutto incongruente a quelle latitudini. La sciarpa color
grano che ondeggiava libera al vento si confondeva a tratti con i suoi capelli, infondendogli un’aria malinconica e
trasognata. Rimasi fermo immobile, perplesso dinnanzi a quello che giudicavo un mistero insondabile.

Sembrava che
anche il vento, scendendo dalle montagne in grandi vortici, lo avesse schivato con i suoi mulinelli di polvere.
Mi fu subito chiaro che non potevo lasciarlo addormentato, indifeso, senza cibo né acqua in quel luogo desolato. Il suo aspetto non ispirava alcun timore, è vero, ma dovetti vincere una diffidenza acquisita negli anni prima di avvicinarmi a quello sconosciuto.
Con un certo impaccio, lo presi in braccio e lo adagiai in macchina nel posto accanto a me.
Il fatto che non si fosse svegliato mi sorprese tanto che per un attimo ebbi paura che fosse morto. Ma il suo polso regolare seppur debole mi rivelò che non era così.
Quando posai il suo braccio inerte sul sedile, pensai che, non fosse stato per l’immaginario classico delle creature
alate a cui siamo avvezzi, avrei creduto di trovarmi in presenza di un angelo disceso sulla Terra.

Ben presto sarei venuto a sapere che il ragazzo era esausto e allo tremo delle forze.
Quando rimisi in moto, riflettei a lungo sul fatto che gli adulti, con tutte le loro raccomandazioni, ci allontanano dagli altri al punto che toccare una persona o guardarla fisso negli occhi provoca un’imbarazzante
sensazione di sospetto.
«Ho sete», annunciò all’improvviso il ragazzo, e mi mise un bello spavento, perché mi ero quasi del tutto
scordato della sua presenza. Anche se aveva emesso un sussurro appena, il tono della sua voce possedeva la trasparenza dell’acqua che mi stava chiedendo.

In viaggi lunghi come quello, che potevano durare persino tre giorni, tenevo sempre in macchina bibite
e panini, per potermi fermare giusto il tempo di fare benzina. Gli diedi una bottiglia, un bicchiere di plastica e un sandwich con carne e pomodori avvolto nell’alluminio.
Mangiò e bevve senza dire una parola.
Nel frattempo, la mia mente si affollava di domande: “Da dove vieni?”, “Come sei arrivato sin qui?”, “Che ci facevi sdraiato sul ciglio della strada?”, “Ce li hai i genitori?” “Dove sono?”, e così via.
Conoscendo la mia natura ansiosa, traboccante di curiosità e voglia di sentirmi utile, ancor oggi mi stupisce che sia stato capace
di rimanere in silenzio per quei dieci interminabili minuti, mentre attendevo che il giovane recuperasse le forze. Lui, dal canto suo, bevve e mangiò tranquillo, quasi fosse la cosa più normale di questo mondo che mentre dormiva abbandonato in un posto semideserto,
all’improvviso apparisse qualcuno pronto a offrirgli dell’acqua e un sandwich di carne.
«Grazie», disse quando ebbe finito, prima di appoggiarsi nuovamente al finestrino, come se bastasse
quella parolina a dissipare tutti i miei dubbi.
Dopo un attimo mi resi conto che non gli avevo neppure chiesto dove fosse diretto. Siccome lo avevo
trovato sul lato destro della strada, avevo dato per scontato che viaggiasse in direzione sud, ma in realtà la
cosa più probabile era che stesse cercando di raggiungere la capitale, situata a nord.
È davvero curiosa la facilità con cui decidiamo che gli altri debbano procedere nella nostra stessa direzione. Quando tornai a rivolgergli lo sguardo, ormai era troppo tardi. Un nuovo sogno lo aveva portato molto lontano da lì.

Dovevo svegliarlo? No, credo di no. Probabilmente era stravolto e confuso per la stanchezza. In ogni caso, a
nord o a sud, dovevamo comunque proseguire il nostro viaggio, perché lì non si poteva certo rimanere.
Accelerai.
Questa volta sarebbe stato diverso, non volevo perdere troppo tempo e troppa vita a chiedermi quale direzione prendere.
Ero immerso in simili pensieri, quando all’improvviso
mi sentii osservato da un paio di occhi azzurri e vivaci.
«Ciao», lo salutai, girandomi per un attimo verso il misterioso giovane.

«Su che razza di macchina stiamo viaggiando?» mi chiese lasciando vagare lo sguardo all’interno dell’abitacolo.
«Dove sono le ali?»
«Intendi l’auto?»
«Auto? Non può lasciare la Terra?»
«No», risposi con il mio orgoglio di proprietario leggermente ferito.
«E non può uscire da questa striscia grigia?»
Le sue dita, indicando verso il parabrezza, mi resero cosciente dei miei limiti.
«Questa striscia si chiama strada», gli spiegai dicendo tra me e me: “Ma da dove diavolo è venuto fuori questo
ragazzino?”.
«E se provassimo a uscire fuori a questa velocità, ci ammazzeremmo all’istante.»
«Sono sempre così tiranniche le strade? Chi le ha inventate?»
«La gente.»

Rispondere a domande così semplici diventava all’improvviso difficilissimo.
Chi era quel giovane che irradiava innocenza ed era capace di scuotere come un terremoto le fondamenta del sistema di conoscenze che io avevo ereditato?

«Da dove vieni? Come sei arrivato qui?» gli chiesi.
Qualcosa nel suo sguardo intenso e franco mi risultava stranamente familiare.
«Ci sono molte strade sulla Terra?» insistette lui, senza
badare alle mie parole.
«Sì, innumerevoli.»
«Sono stato in un posto senza strade», disse il misterioso giovane.
«Allora la gente si perderà», ribattei, sentendo crescere sempre più la curiosità di sapere chi fosse e da dove
venisse.
«E quando non ci sono strade sulla Terra», proseguì lui senza battere ciglio, «la gente non pensa di cercare
l’orientamento in cielo?».
Quindi guardò all’insù attraverso il finestrino.
«Di notte», risposi con voce tranquilla, «è possibile farsi guidare dalle stelle. Ma quando il sole è alto, correremmo il rischio di rimanere accecati.»
«Ah!» esclamò il ragazzo. «I ciechi vedono quello che nessun altro ha il coraggio di vedere. Devono essere le
persone più coraggiose di questo pianeta.»
Non seppi cosa rispondere e tra noi calò il silenzio, mentre la macchina continuava a correre lungo la
tirannica striscia grigia.

Trascorso un po’ di tempo, immaginando che non avesse risposto per timidezza, decisi di insistere:
«Cosa ti è successo? A me puoi raccontarlo. Se hai bisogno di aiuto, non hai che da chiedere.»
Tuttavia, il giovane rimase in silenzio.
«Ti puoi fidare di me. Dimmi come ti chiami e che problema hai», proseguii senza lasciarmi scoraggiare.
«Che problema ho?» si decise finalmente a rispondere.
«Be’, sai com’è…»

Cercai di sdrammatizzare con un sorriso, tanto per metterlo a suo agio. «Se uno si ritrova sdraiato sul ciglio della strada, nel bel mezzo del nulla, è evidente che deve avere un problema.»
Dopo un attimo di riflessione, mi sorprese con una
domanda:
«Cos’è di preciso un problema?»
Sorrisi, convinto che fosse una domanda ironica.
«Cos’è un problema?» insistette, e in quel momento capii che aspettava davvero una risposta. Ancora sorpreso
per la sua reazione, ebbi il sospetto di non aver capito la
domanda.
«Problem, problème…» ripetei in altre lingue, per quanto la parola suonasse più o meno sempre uguale.
«Ho già sentito questa parola», mi interruppe. «Ma potresti spiegarmi cosa significa?» Mi sforzai inutilmente di estrarre dalla mia memoria la definizione contenuta nel dizionario. Certo, era strano che in un mondo così affollato di problemi un adolescente non si fosse ancora mai imbattuto in quel concetto. Alla fine, vedendo che non riuscivo a sfuggire al suo sguardo penetrante, cercai di fabbricare una spiegazione personale.
«Un problema è come una porta di cui non hai la chiave.»
«E cosa fai quando ti trovi di fronte un problema?» volle sapere il giovane, sempre più interessato alla conversazione.
«Be’, innanzitutto bisogna vedere se il problema è davvero tuo, cioè, se ti blocca il passaggio. Questo è di vitale importanza», gli spiegai, «perché c’è un mucchio di gente che mette il naso nelle cose degli altri, anche
se nessuno gli ha chiesto aiuto. E così perdono tempo e forze e impediscono agli altri di trovare la soluzione da sé.»
Vidi che annuiva dinnanzi a questa verità lampante, così difficile da accettare per molti adulti.
«E se il problema è tuo?» continuò, tornando a fissarmi.
«Allora per prima cosa bisogna trovare la chiave giusta e poi inserirla correttamente nella serratura.»
«Sembra facile», concluse il giovane annuendo nuovamente.
«Per niente», obiettai. «C’è gente che non è capace di trovare la chiave, e non perché abbia poca immaginazione, ma perché si rifiuta di provare due o tre volte le chiavi che possiede, e ogni tanto neanche una volta sola. Vorrebbero che gli mettessero la chiave
in mano, o peggio ancora, che qualcuno gli aprisse la porta.»
«E sono capaci tutti di aprire la porta?»
«Se sei convinto di poterlo fare, la cosa più probabile è che tu ci riesca. Ma se pensi di non essere in grado, quasi sicuramente non ce la farai.»
«E cosa succede a chi non riesce ad aprire la porta?»
«Devono continuare a provarci finché non ce la fanno, altrimenti non raggiungeranno mai tutto il loro potenziale.» Poi, quasi pensando ad alta voce, aggiunsi:
«Non serve a niente perdere le staffe, accanirsi contro la porta e farsi del male, dando la colpa a lei. E neppure rassegnarsi a vivere da questo lato, sognando quello che potrebbe esserci dall’altra parte.»
«E non esiste nessuna ragione valida per non aprire la porta?» chiese il giovane, come se facesse fatica ad
accettare qualche porzione dell’idea.
«Anzi, tutto il contrario!» esclamai. «La gente ha sviluppato un’immensa capacità di giustificarsi.
Spiegano la propria incapacità con la carenza di affetto o di istruzione, oppure con i dolori sofferti. Puoi arrivare a convincerti che è meglio non oltrepassare la soglia, perché dall’altro lato potrebbero esserci pericoli e minacce. O magari puoi dichiarare con cinismo che non t’interessa quello che c’è dall’altra parte. Sono tutti modi per nascondere il dolore provocato dal fallimento.
Più si rimanda il confronto con l’ostacolo, più crescono le difficoltà e si diventa piccoli; in altre parole, più ci si trascina dietro il problema, più diventa pesante.»
Sentivo che piano piano il giovane si stava convincendo, ma il persistente sguardo di tristezza e rassegnazione
dipinto sul suo viso mi spinse a continuare: «Tutto ciò porta all’infelicità. La strada per la crescita spirituale e la felicità esige il coraggio di crescere e di cambiare. Dobbiamo essere disposti ad abbandonare la comodità della nostra posizione e affrontare i problemi ogni volta che si renda necessario, fino ad avere la soddisfazione di risolverli per poter oltrepassare quella
porta e andare avanti.»
«E come faccio a trovare la chiave giusta?» chiese senza darmi il tempo di compiacermi per l’elegante analogia.
tra il problema e la porta, che ovviamente lui non era in grado di apprezzare.
In quel momento fui costretto ad alzare il piede dall’acceleratore, perché ci ritrovammo incollati a un camion di bestiame. Dando un’occhiata alla lancetta della benzina, fui invaso dall’improvviso timore di non riuscire a raggiungere la prossima stazione di servizio,
ancora molto distante.
Così decisi di rallentare per ridurre i consumi. Sfortunatamente la mia auto non disponeva di quel moderno congegno elettronico che
calcola i chilometri ancora percorribili con la benzina rimasta. Comunque mi consolai al pensiero che il camion sarebbe rimasto dietro di me e mi avrebbe potuto soccorrere in caso di necessità; perciò, lo superai con un gran sorriso sulle labbra, a cui l’autista rispose con un amichevole colpo di clacson. Ancora oggi, in Patagonia, l’incontro con un altro essere umano è un’occasione felice, persino una benedizione, tanto che questo genere di saluti è diventata un’allegra abitudine.
«Come faccio a trovare la chiave giusta?» insistette il giovane, estraneo alle mie riflessioni. Evidentemente,
non era di quelli che rinunciano a una domanda dopo averla formulata.
«Proprio così!» risposi cercando di nascondere una lieve esasperazione dovuta alla fatica del viaggio. «Cioè, se continui a chiedere le cose e non ti arrendi, finirai per trovare sempre la risposta. E se non ti stancherai di
provare tutte le chiavi che possiedi, alla fine riuscirai ad aprire la porta.»

A due anni dalla scomparsa:
   Lucernario il romanzo inedito di Josè Saramago

A due anni dalla scomparsa dello scrittore portoghese, Premio Nobel per la Letteratura, Einaudi pubblica in Italia “Lucernario” il primo romanzo di José Saramago rimasto inedito fino ad oggi.
Saramago scrisse il romanzo da giovanissimo, ma l’editore non volle pubblicarlo. Sarà “il libro perduto e ritrovato nel tempo” come lo definiva lo stesso Saramago che quando, poi, nel 1993 ricevette la proposta per la pubblicazione rifiutò categoricamente.

Il libro esce con la prefazione della vedova di Saramago, Pilar del Rio che anticipa già in prefazione che sarà un regalo per chi già conosce lo stile inconfondibile dello scrittore, ma anche per tutti i lettori che vogliono trovare una “porta d’ingresso” sul mondo narrativo dell’autore.

“Lucernario” e’ ambientato negli anni ’40, durante la dittatura salazarista in Portogallo, e racconta le vicende degli inquilini di un palazzo in un quartiere popolare di Lisbona.
Un universo di mantenute, mogli tradite e dolenti, uomini sconfitti dalla vita che hanno rinunciato al futuro a cui fanno da contrappunto gli inserti del diario di una giovane sognatrice.
I personaggi di questo racconto conducono vite molto semplici, marcate da una profonda tristezza, ma sono anche dei sognatori, subiscono l’atmosfera cupa di quegli anni.
Sono gli ideali di Abel, giovane intellettuale libertario, figura paradigmatica del contesto politico e sociale di quegli anni, a dare voce alla forza della speranza verso il futuro e alla volontà di smarcarsi da certi conformismi.
“Ho la sensazione che la vita sia li’, dietro una tenda, a farsi grasse risate dei nostri sforzi per conoscerla. Io voglio conoscerla!”.

A vent’anni dalla strage di capaci: le ultime parole di Falcone e Borsellino

Sono passati vent’anni. E da allora la parola MAFIA in Italia ha assunto tutt’altro significato. La morte dei due magistrati, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, è stata una delle stragi più cruenti a cui abbia assistito il nostro paese. Un attentato frontale che ha colpito al cuore della lotta contro la malavita organizzata.

Il 23 maggio 1992 il giudice Falcone muore nella strage di Capaci. Nell’attacco persero la vita la moglie Francesca e tre uomini della scorta.
Il 12 luglio, esattamente 57 giorni dopo, viene ucciso Paolo Borsellino in via d’Amelio a Palermo. Un’altro attacco dinamitardo in cui muoiono 5 uomini della scorta.

Nel libro I 57 giorni che hanno sconvolto l’Italia. Perché Falcone e Borsellino dovevano morire
il giornalista inglese John Follain, che in quegli anni seguiva la vicenda come corrispondente per il suo paese, ricostruisce la dinamica degli attentati e descrive nel dettaglio la progettazione e la realizzazione dei due omicidi.
Follain ha raccolto interviste, dichiarazioni e testimonianze per ricostruire gli eventi che hanno portato alla condanna a morte di due uomini impegnati in prima linea contro la mafia e delinea il quadro d’azione tipico del “modus operandi” della mafia siciliana.

Altro interessante titolo è questo:”Le ultime parole di Falcone e Borsellino” in cui vengono raccolti interventi, interviste e pensieri dei due eroici magistrati.
Il saggio contiene: “La mafia non è invincibile” (1990) e “La mafia come Antistato” (1989 interventi di Giovanni Falcone.
E di Paolo Borsellino “Il mio ricordo di Giovanni Falcone”, intervento del 23 giugno 1992, a un mese dalla strage di Capaci;
“L’ultima lezione”, cioè il discorso agli studenti di Bassano del Grappa (1989);
“L’ultimo discorso” (Marsala, 4 luglio 1992);
“L’ultima intervista” ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Pierre Moscardo e l’intervento alla Biblioteca comunale di Palermo del 25 giugno 1992, un atto d’accusa sofferto e violento contro alcuni magistrati, definiti Giuda in una sala piena e pietrificata.

BOOKTRAILER del libro: “Le ultime parole di Falcone e Borsellino”

Imprese da favola, un libro che indaga l’imprenditoria femminile italiana

A cura di  Lana Pegoraro –  www.ilsitodelledonne.it

Un nuovo libro pubblicato da Marsilio indaga il mondo dell’imprenditoria femminile: si intitola Imprese da favola. Viaggio nel paese delle donne che si inventano il lavoro”.
Sì, perché l’Italia non sarà un Paese per donne, ma come certifica questa inchiesta che potete trovare in libreria, è sicuramente un Paese per imprenditrici. Lo avevamo già detto che la maggior parte delle nuove imprese in Italia nate nell’ultimo anno è rosa, questo testo di Angela Padrone ce ne dà un’altra importante testimonianza.

Non solo le donne aprono più aziende, ma hanno anche più inventiva nel farlo. Un boom di piccole e medie imprese femminili che non riguarda una zona specifica dell’Italia, ma che accomuna tutta l’Italia.
1 milione e 400 mila sono le nuove imprese italiane dirette o create da una donna.

La scrittrice le ha scandagliate e ha incontrato alcune “capitane” d’impresa: si tratta di self made woman che svolgono molto spesso lavori un tempo ritenuti da “Maschi” e che si sono messe in gioco per necessità più che per sfida. Oppure sono donne che si sono trovate al posto di guida di una realtà imprenditoriale ereditandola dalla famiglia. Tra loro potrete trovare personalità di ogni genere: carismatiche e decise in grado di affrontare le disparità di genere, o creative ed originali capaci di superare le difficoltà del mercato anche globale e vincere la sfida con le grandi multinazionali esportando all’estero.

E ci sono anche imprenditrici che mirano a fare rete, che hanno l’ambizione di connettere tutte le donne dell’imprenditoria femminile per agevolare il sistema.
Insomma tutto ciò che piace a noi attraverso le testimonianze di alcune grandi donne del Business e degli affari. Delle donne manager incredibili che hanno realizzato delle “Imprese da favola”.

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Donne, libri e lupi: ecco due testi che parlano della donna selvaggia

Recensione a cura di Marta Favini – www.sitodelledonne.comWatch Full Movie Online Streaming Online and Download

Forse non tutti conoscono il mito dell’uomo selvaggio, diffuso soprattutto nel medioevo, che descriveva un essere ferino che perdeva la propria umanità e che veniva sbeffeggiato in feste cittadine cospargendo di pece e piume poveri malcapitati (c’è traccia di questo mito e di questo costume anche in una novella boccaccesca).

Bene, ancora meno conosceranno la mitologia legata alla donna selvaggia, che sprofonda i propri natali però nella notte dei tempi, in quella tradizione che fece della lupa la balia di Romolo e Remo e consegnò all’umanità l’archetipo della donna dolce con i propri cuccioli ma anche terribile con gli estranei.
Voglio parlarvi di due libri che seppur lontanissimi l’uno dall’altro, hanno come soggetto proprio donne così, donne che non si sottomettono facilmente, indomite, coraggiose e spudorate.
In Donne che corrono coi lupi, la scrittrice e saggista Clarissa Pinkola Estès, nonché psicanalista di stampo jungiano, racimola attorno a miti e fiabe provenienti da tutto il mondo, il concetto di donna selvaggia, forza istintuale, creatrice e potente che però viene soffocata da paure, insicurezze e stereotipi. Un libro in grado di cambiare intere generazioni, capace di risvegliare sentimenti sopiti, di guarire molte donne da depressione e solitudine e che ha permesso a molte altre di guardarsi senza sensi di colpa o di realizzare il proprio femminino, come si dice con parola tecnica e un po’ oscena in questi casi. Di questo testo vi consiglio la versione aggiornata del 2010, sì perché dopo l’edizione degli anni ’90, la psicanalista e ricercatrice ha proseguito il proprio lavoro di indagine aggiungendo tasselli importanti.

L’altro libro che vi consiglio è di una scrittrice italiana che forse ha avuto occasione di leggere il precedente: si intitola “La valle delle donne lupo.
Si tratta di un romanzo di Laura Pariani, ambientato in una valle piemontese di cui è taciuto il nome e che, immerso tra atmosfere dark e oniriche dà vita a donne selvagge in un luogo povero in cui agli uomini tocca il sudore, ma alle donne il dolore e in cui le femmine vivono secondo questa regola: “Vivere da morta. Patire da muta. Obbedire da cieca. Amare da vergine”.
La narrazione parte da uno di quei modi di far ricerca in voga un tempo durante i primi studi di Tradizioni popolari, quando giovani studiosi, armati di un registratore, partivano per posti remoti in cerca dei vecchi conta-fole che raccontassero loro le fiabe di una volta e le testimonianze dei tempi passati. Ecco allora la protagonista della storia recarsi in un paesino abitato da una sola donna, la Fenisia, memoria di quei posti, che racchiude storie di streghe e licantrope, di donne lupo. Una discesa nell’antro del femminile per esplorarne i recessi più nascosti.
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