La scrittura come necessità della memoria per Giuseppe Zambito

Nasce da un’urgenza di scrittura l’opera narrativa di esordio di Giuseppe Zambito, l’urgenza di dare forma e vita, attraverso gli otto racconti de Le figlie di Cristenzio e altri racconti, ai ricordi di un’infanzia destinata altrimenti a perdersi, proprio come quella Sicilia di cui l’autore offre uno spaccato, che spazia dagli anni Quaranta agli anni Settanta del secolo scorso. La raccolta è stata pubblicata nel 2011 dalla casa editrice Kimerik, presso la quale l’autore è risultato vincitore della sesta edizione del concorso “Granelli di parole”, proprio con il racconto che dà il titolo all’opera.

Ma Giuseppe Zambito, già insegnante e vicesindaco del nativo comune di Siculiana, in provincia di Agrigento, è un affabulatore per vocazione: favole per bambini, opere teatrali e poesie dialettali a sfondo sociale rappresentano quel terreno fertile in cui si è nutrita ed è cresciuta, nell’arco di oltre un ventennio, la sua scrittura.

La scelta del racconto come forma prediletta del suo narrare, sembra dettata dalla volontà di rappresentare, nel breve giro di poche pagine, tutta la complessità del reale, condensata nella varia umanità dei suoi personaggi, i cui sogni, speranze, delusioni e sofferenze sono quelle di tutti noi.
Le loro sono «storie di amori e di odi, fatti di mafia, processioni sacre, ambizioni di padri padroni, soprusi dei potenti e sofferenze dei vinti», scrive Simonetta Agnello Hornby nella presentazione del libro. E in effetti, personaggi come Mariangela (La canna col cappello), Masi (La pioggia di carrube), Giovanna (La ben levata) sembrano usciti da un bozzetto verista. Quando Masi, quasi un novello Mastro don Gesualdo, realizza il sogno di riscatto sociale cui ha dedicato tutta la vita, elevando il suo status da bracciante agricolo a proprietario terriero, comprende tuttavia, con quella umiltà e lucidità propria degli uomini semplici che hanno conosciuto il sacrificio, che «la fortuna dei padri non è sempre la fortuna dei figli» e si industria, fino a morirne, per assicurare un futuro ai due figli. Storia recente questa, la nostra, figli della generazione dei tanti Masi, eredi delle loro conquiste, ma ormai svuotati, per ragioni storiche, economiche e sociali, di ogni prospettiva di emancipazione, se non addirittura minacciati dallo spettro dell’impoverimento.

Su tutti questi personaggi, frutto dell’immaginazione dell’autore, campeggiano le figure storiche di Cristenzio, della moglie Giovannina e delle loro sette figlie, nell’unico racconto autobiografico che apre la raccolta. Del nonno materno, morto quando aveva appena tre anni, Zambito non ha ricordi nitidi ma nel corso degli anni, grazie ai racconti della madre e delle zie, si è costruito l’immagine di una personalità carismatica e affascinante. «Aver parlato di loro è stato come aver incorniciato per sempre il ricordo di un periodo felice della mia vita», si legge nella premessa dell’autore.
Anche nello stile ora ironico, ora drammatico e nelle influenze linguistiche del dialetto, Zambito ammicca alla migliore tradizione narrativa siciliana, restituendoci appieno profumi, colori e suoni che popolano il suo mondo.

Carmela Bafumi

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