Tourist Trophy-Muori o vivi davvero: il libro e la leggenda

libro tourist trophy corsa motociclistaTourist Trophy-Muori o vivi davvero”: Mario Donnini ci racconta nel suo nuovo libro la corsa motociclistica divenuta leggenda.

Una nostra lettrice ha intervistato Mario Donnini.  Ringraziamo Manuela Zattoni per il testo e la passione infusa nelle parole.

In occasione del centenario del Mountai Circuit , il percorso stradale di 37,733 miglia più famoso al mondo, Mario Donnini, giornalista sportivo ed autore di vari testi sul mondo delle competizioni motoristiche, ci regala il suo secondo libro sulla corsa motociclistica su strada più antica, pericolosa ed emozionante di ogni tempo: “Tourist Trophy-Muori o vivi davvero”.
Un’occasione davvero preziosa per tutti gli appassionati, e non solo, che desiderano rivivere, o conoscere, il fascino e la magia che da oltre un secolo avvolge l’Isola di Man, un francobollo di terra bagnato dal freddo Mare d’Irlanda, custode di una tradizione sportiva fatta di follia, passione, coraggio e sfida con sé stessi.
Abbiamo incontrato l’autore, e ci siamo fatti accompagnare per mano tra le pagine del nuovo libro e nel cuore del Tourist Trophy , alla scoperta di un mondo che incuriosisce ed affascina, in cui si danno battaglia i grandi piloti e i piccoli sognatori, coloro che armati del loro solo coraggio, mettono il proprio destino su due ruote, inseguendo un’esperienza che vale una vita intera.

Il Tourist Trophy esercita da oltre cento anni un fascino particolare che ammalia motociclisti ed appassionati di tutto il mondo. Secondo Lei, quale è il segreto di questo inossidabile carisma?
“Il TT è la mamma di tutte le corse. La più antica, prestigiosa e pericolosa. La più immutabile, visto che da 100 anni esatti si disputa sullo stesso tracciato. Ha un’identità immensa non solo agonistica, ma pure socio-culturale. E’ un palio di Siena che si corre con le Superbike al posto dei destrieri e un circuito cittadino in luogo della Piazza. E’ una capsula di conservazione del rischio consapevole, coi suoi 231 morti in un secolo di gare, in un’era in cui lo sport del motore si è evoluto, ha cambiato anima e pelle a volte rinnegando la sua radice estrema. Il TT rappresenta anche il cuore dei fondamentalisti del motore. Gente che non ha paura che la vita finisca, ma solo che non cominci mai”.

Questo è il Suo secondo libro sul TT, scritto circa 10 anni dopo “Tourist Trophy-La corsa proibita”, divenuto un vero cult per tutti gli appassionati e conclusosi con il toccante e commovente capitolo sulla leggenda di Kenny Blake. Questo nuovo volume vuole essere una sorta di passaggio di testimone, oppure un ritratto inedito della road race più famosa?
“Ho percepito il concepimento di questo nuovo libro con due spinte motivazionali forti. Una oggettiva: dopo “TT-La corsa proibita”, non mi sono più distaccato dall’Isola di Man e ci sono tornato altre 12 volte. Avevo un vissuto intensissimo, inedito: tante altre storie e personaggi da raccontare. Piccoli e grandi, ma a modo loro tutti caldi e veri. Roba forte. L’altra soggettiva. “TT-La corsa proibita” ha venduto più di 15.000 copie, nelle sue due edizioni. Una cifra spaventosa, per un libro di nicchia. Una bella soddisfazione, ma anche un pungolo, perché da allora sono cambiato, credo di essere diventato quasi un altro nell’approccio al racconto. Insomma, volevo sfidare me stesso. Come i piloti del TT. Tornare sulle atmosfere del primo libro, cancellare tutto e ricominciare da zero, col nuovo me stesso che scherzosamente e anche no sfida quello vecchio per batterlo, spiegargli che questi anni non sono passati invano. Non mi interessa vendere 15.001 copie, proprio no: quello che cerco è solo il commento di un appassionato che alla fine di questa nuova lettura mi dica: ‘Ehi, mi sono divertito anche stavolta, ma per motivi molto diversi rispetto alla prima’”.

Ci sveli allora qualche segreto del nuovo libro…
“Nel libro parlo e narro le vite di decine di piloti, commissari e appassionati, ma alla fine credo che rappresentino tutti le diverse facce di un unico fenotipo, di un solo modello ideale di riferimento. Da qui il titolo shock. Perché l’uomo del Mountain è trionfo e metafora sfrecciante di una filosofia adrenalinica e autoselettiva: appunto “Muori o vivi davvero”. Come fosse alpinista, toreador o soldato di tutte le guerre. Marinaio romantico e avventuriero. Gentiluomo di fortuna, direbbe Hugo Pratt. Simbolo stimolante e amico della metà luminosa di noi stessi che non s’arrende e rischia, aggiungo, e che teme il grigio dell’esistenza più che il suo nero”.

Lei, Mario, oltre ad essere un esperto conoscitore, è anche un grandissimo amante del Tourist Trophy, da anni rapito dalla magia di Ellan Vannin, meglio conosciuta come Isle of Man. Quale è il ricordo che Le è rimasto di più nel cuore delle sue innumerevoli presenze da sportivo, giornalista ed appassionato?
“Forse il fatto che si tratta di un mondo piccolo dal tempo lento, una microciviltà autonoma, forte, orgogliosa delle sue radici, con un approccio alla vita e alla morte di stampo pre-industriale, da civiltà agricola consapevole dell’accettazione dei cicli naturali e di un senso dell’esistenza che sta unicamente nel percorrerla intensamente. Che ciò avvenga sulle strade, sui corridoi di tutti i giorni o sulle 37 e rotte miglia del tracciato poco importa. Isola di Man e TT per me sono i feticci, simboli forti e lampeggianti di una cultura di vita che la nostra civiltà fredda, perbenino, salutista, ipertecnologica e sciapa sta progressivamente e tragicamente perdendo”.

Oltre ad aver avuto il privilegio di assistere per anni alle gare che si corrono tra case, marciapiedi e curve insidiose, ha avuto anche l’onore di conoscere grandi piloti e campioni del TT. Che ricordo ha di loro?
“Stupendo. Sono persone vere, che non puntano nè a vincere nè a diventare ricche, in fondo ma solo a percorrere il loro viaggio, a raccontare una storia corale fatta di coraggio ma anche di consapevolezza. Il pilota del TT non è né matto né scemo. E’ un po’ cavaliere medioevale un po’ filosofo. Sa che a 250 km/h non può e non deve sbagliare. Mai. Sennò è la fine. Deve continuamente stare dentro un impercettibile margine di limite cercando contemporaneamente in ogni momento di spostarlo appena più in là. Una sfida cerebrale e intracutanea semplicemente affascinante, ormai del tutto perduta sulle piste del motomondiale, dove le (giuste e legittime, per carità) vie di fuga ti rassicurano e ti convincono che l’errore è possibile, tutto è rimediabile e che la caduta è solo un modo per capire meglio la pista. Al TT no: sei acrobata senza la rete sotto. Come nella vita, direi”.

Un’ultima domanda: pensa che il fascino del Tourist Trophy resisterà inossidabile al passare degli anni, oppure che il nome di questa spettacolare corsa sia destinato a divenire un mero ricordo appannaggio solo delle generazioni più adulte?
“Ho molta fiducia nello spirito degli abitanti dell’Isola di Man. Da 1040 anni vivono con lo stesso parlamento e i suoi rituali, preservano le loro radici, credono in tutto ciò che gli appartiene. Coltivano i rapporti umani come se l’Isola fosse un grande villaggio e amano quello che fa parte del loro dna, al punto da sfidare epoche e secoli per far di tutto per perpetualizzarlo. Questo mi fa guardare al futuro del TT e del Mountain Circuit con l’ottimismo della ragione. E’ l’ultima antica frontiera delle corse. Spero viva ancora a lungo. In ogni caso voglio dire ai veri bikers: cercate di conoscerla leggendo anche questo libro, certo, ma poi andate a vederla una volta nella vita, quella frontiera, prima che scompaia per sempre”.

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